Il posto delle fragole: Prima della Rivoluzione (1963)

Sono una pietra, non cambierò mai. Ho la febbre: la nostalgia del presente, ma il mio futuro da borghese è nel mio passato da borghese. Così, per me, l’ideologia è stata una vacanza. Credevo di vivere gli anni della rivoluzione, invece vivevo gli anni prima della rivoluzione, perché è sempre prima della rivoluzione che si è sempre come me..

A cura di Alessandro Dionisi

Con queste parole Fabrizio chiarisce il suo pensiero nel pronunciarsi verso la politica e il desiderio di rivoluzione insito, invece, dentro molti cuori, passioni della corrente pre-sessantottina. Soprattutto in quello dell’ amico Cesare, un giovane professore, sua guida spirituale e moderatore nelle successive controversie riguardo il concetto di ideali, di stato e di amore..

Fabrizio cresce negli anni in cui l’Italia esce dal dramma della Seconda Guerra Mondiale, in una città ricca quale Parma, punto nevralgico e snodo commerciale e di ricchezza nell’Italia centro-settentrionale. Parma per il giovane è una barriera doganale, una cupola di colline in pietra e la piazza è un’ulteriore snodo rappresentato dal torrente che divide la città in due, quella dei ricchi e quella dei poveri. È la Parma degli odori, poiché un torrente non riuscirà mai a cancellare i sentimenti che fuoriescono dalla pelle delle persone. È, per Fabrizio, la sua città, una grande muraglia. Si può soffrire questa celata e controversa realtà , ma si può anche stare al gioco delle regole, ovvero accettando la borghese fede cristiana nel segno della resa. Tutta quella fede cristiana in cui il peccato non è nient’altro che reato; la fede cristiana nata per dare certezza quotidiana, paura ed aridità. E nella fede cristiana la chiesa, vista negli occhi di Fabrizio, è lo spietato cuore dello stato.

Ma il giovane ragazzo vive nell’ipocrisia, nella bugia e nella cangiante personalità, ora seguace della tradizione famigliare, ora del pensiero che muta in molti ragazzi e persone adulte di fronte al famigerato boom economico. La sua crisi sprofonda dopo il suicidio del suo caro amico Agostino, forse l’unico ragazzo che si pone domande forti, esistenziali su se stesso e sull’Italia che si modifica; ma anche sulla famiglia, gli amici e l’amore. Agostino, non a caso, è l’unico che non crede nella rivoluzione, nelle tessere del partito e lo ribadisce a Fabrizio quando lo sgrida superficialmente di rimanere ancora in casa alla sua età, poco consono ad una scelta “rivoluzionaria”. Nella Parma dove il cristianesimo e la falsa borghesia sono l’oppio del popolo, il giovane si affoga nel fiume Po e lascia nello sgomento, interiorizzato e mai realmente sfogato, l’amico Fabrizio. Già, perché come un fulmine a ciel sereno, entra nella sua vita privata la giovane zia Gina (Adriana Asti), una sensuale ragazza milanese che si lascia trascinare da un appetitoso desiderio sessuale verso nipote di pochi anni più piccolo.

Il giovane ha rinunciato al matrimonio di Clelia, reputata così simile alle mura della città. La rivoluzione (?) marxista in questo attimo dentro Fabrizio è in pieno atto, ma la morte dell’amico “con i capelli biondi, spettinati come le piume di un canarino”, ora lo lascia, oltre che sgomentato, maggiormente insicuro. Si ritrova nel mondo della giovane zia, nei suoi continui richiami erotici, nel desiderio e nella curiosità di una storia deviante, fuori dalle righe, rivoluzionaria, libertina, borghese. Ma di fronte a sé ha una giovane donna di cui non nutre certamente particolorai affetti, ed è soprattutto vittima di un ciclone in continua evoluzione: l’insicurezza.

Gina difatti è in una continua lotta con i sensi di colpa, con il disamore verso se stessa, gli abbandoni, i segni ed i sogni claustrofobici. Più volte testimoniasentimenti avversi. Ma il suo sogno non è un taglio netto a tutto, preferisce osservare il silenzio, non cambiare un’idea. Il mare nero nel quale nuota Gina è nel suo spirito, nelle mutevoli ed incessanti espressioni e nell’affetto egoistico che nutre verso il giovane nipote. La solitudine della ragazza porta all’egoismo, fino a giungere ad uno strano realismo, ovvero accettare nel vuoto privo di sogni e ricco di fantasmi, la realtà.

I due fanno l’amore, trasgredendo l’ordinarie abitudini, nella vecchia tipografia in ore notturne, quando le donne di servizio cominciano il loro lavoro e le campane stordiscono la piccola città emiliana. Ma nessuna mano porta via l’altra, nessuna mano si stringe per fuggire via. Si attende qualcosa.. un segnale, un ritmo, il nulla. Ma quest’ultimo c’è, vige nello stato d’animo di Gina, costretta a guardarsi continuamente negli specchi, a telefonare al suo psicoterapeuta e confessare che le stanze sono ossessivamente grandi e spoglie; che il suo sonno è leggero, inutile, disturbato dalle campane, dai rumori. Il nulla è anche in lui. Fabrizio comincia ora a percepire che la rivoluzione ha bisogno di ossigeno, che le voci interiori il vento se le è portate via. Torna a trovare il suo amico Cesare, il giovane insegnante convinto nella fede marxista e nel proletariato, la cui massima è:

la democrazia è come la campagna: bisogna badarci tutti i giorni. Ma la democrazia l’abbiamo grazie ai partigiani e gli italiani dimenticano così facilmente ciò di quel poco che hanno costruito e non sanno difenderlo.

Nell’incontro avvenuto nella sua casa emergono personalità diverse: due apparentemente coerenti ( Gina e Cesare) ed una indecifrabile (Fabrizio). Discutono del tempo, della concezione proustiana di esso, dell’ordine rettilineo che la generazione dei giovani attraversa. Gina capisce che forse è in un mondo che non le appartiene e difatti avrà successivamente l’opportunità di conoscere un giornalaio con cui non combinerà nulla, ma farà in modo di dire del falso al suo nipote Fabrizio per attirare attenzioni. Racconterà che se ne è andata con lui perché aveva bisogno di parlare con qualcuno, perché è giusto.. e di essere stata trattata come gli uomini trattano le puttane, da moralisti..
Il senso di colpa e l’autolesionismo di Gina prosegue raccontando a Fabrizio i suoi ipocondriaci pensieri, ma anche L’amore che prova per lui, perché non è ancora un uomo. Ma la nostalgia e l’incoerenza la fanno ad un certo punto da padrona, quando cioè, incontrerà un uomo un più grande di lei, Cesare, nelle campagne del parmigiano. Quest’ultimo è un borghese disilluso, la cui preveggenza è la testimonianza cruda e vera degli anni a venire verso la natura, il rumore industriale delle macchine, la morte della parola, del confronto; ma anche la ricerca della sopravvivenza in una società dove danzeranno le iene per difendere l’oro nero. In questa improvvisa discussione Fabrizio dirà che l’abitudine è l’assuefazione al proprio stato, ed è così potente e capace di giustificare tutto, anche le dittature. Il male pronunciato (l’abitudine)da Fabrizio è indubbiamente la forza trainante che funge nella sua famiglia, così spenta e priva di cambiamento, paurosa dinnanzi alla novità. E la rivoluzione si presenta proprio come una ventata la cui scia una volta scomparsa accompagna con se coloro che si sono prostrati ad essa.

È giunta così l’ora di tornare alle origini, di non ferirsi la pelle rischiando, combattendo e magari alla fine morendo. Gina torna a Milano, accompagnata in una desolante e piovigginosa giornata alla stazione da Cesare, mentre Fabrizio comincia a farsi forti domande sulla sinistra. Proprio durante i preparativi per una festa dell’unità estiva parlerà alla sua guida spirituale affermando quanto l’ideologia sia come una vacanza e quanto le sue radici siano borghesi. Cesare, al contrario, crede nel concetto di rivoluzione come sovvertimento dell’ordine sociale: lui è un marxista ancora convinto. Fabrizio sottolinea quanto sia impossibile che si formi una coscienza di classe, di non credere alle rivoluzioni di un giorno, agli scioperi, ai primo maggio con le bandiere rosse . Il proletario per Fabrizio ha un solo ideale, l’ irrazionale. Ma non deve sentirsi in colpa, poiché la classe borghese ha permesso che sognasse una dignità alla sua pari, vestisse alla sua pari. Ed ora, prosegue, il proletario vuole confondersi con i borghesi. L’abbandono definitivo all’ ideologia di sinistra la fa notare quando è colto da un pensiero conservatore- cristiano, affermando, cioè, che lui vuole figli che siano padri..

Fabrizio ha superato la soglia della “vacanza politica”, dove si vorrebbe essere brutti, sporchi e cattivi, ma alla fine si è privi di contenuti. Ora e nuovamente tra le mani di Clelia alla prima del Macbeth nel dicembre del 1962, ovvero all’inaugurazione della stagione lirica del Teatro Regio. Alla prima è presente tutta la Parma borghese, tra cui Cesare. Fabrizio è lì, con la sua famiglia, prossimo al matrimonio. C’è anche Gina ed entrambi piangono le ultime lacrime di un amore deviato. Fabrizio si sposa, torna nel suo nido. La stagione è passata, gli amori trasgressivi anche. Le responsabilità apparentemente aumentano in un mondo, quello borghese, dove i vizi contraddistinguono gli anni a venire.

PRIMA DELLA RIVOLUZIONE (1963)

Regia, soggetto e sceneggiatura: Bernardo Bertolucci

Aiuto regia: Gianni Amico

Direttore fotografia : Aldo Scavarda

Segretaria di edizione: Michelle Barbieri

Fonico: Romano Pampaloni

Montaggio: Roberto Perpignani

Scenografia: naturale

Con: Adriana Asti, Francesco Barilli, Allen Midgette, Morando Morandini, Cristina Pariset-

Canzoni: “Ricordati”, “Vivere ancora”, composte e cantate da Gino Paoli; “Avevo 15 anni”, composta e cantata da Ennio Ferrari

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