Adore: Smashing Pumpkins

ADORE: SMASHING PUMPKINS (1998)

A cura di Ellen

Siamo sul finire degli anni ’90.

Cosa porta a questo disco?

L’espulsione di Jimmy Chamberlin innanzi tutto, che significa l’assenza di una delle colonne portanti della musica dei Pumpkins. Fenomenale batterista, dal tocco inconfondibile, che nel luglio ’96 lascia il gruppo per problemi di droga.

E la morte di Martha Corgan Burke, la madre di Billy. Una madre persa da bambino, poi ritrovata e poi, dopo pochissimo, persa di nuovo.

Questi due fattori, scollegati tra di loro, influiscono pesantemente sul sound del disco. Lontano dalle atmosfere rock che i fan di allora si aspettavano, fu un “mezzo flop” commerciale, per gli standard a cui si erano abituate le zucche (“solo” tre milioni di copie vendute). È un disco introspettivo, doloroso, malinconico fino alla morte, lento, ma profondamente vivo e toccante.

E’ stato il disco con cui io li ho conosciuti, il disco con cui sono venuta a sapere della loro esistenza: potrei non amarlo? È perfettamente nelle mie corde, quando pensate a me dovreste pensarmi con questo disco in sottofondo.

Diversissimo dai precedenti dischi, come detto sopra, sia nel sound (con batterie elettroniche e una fortissima presenza del pianoforte) che nelle sensazioni che trasmette, sofferente, spaziante. Di Gish ha l’aria della novità, di Siamese Dream il dolore, la sofferenza, di Mellon Collie i sogni, i ricordi.

L’artwork è opera di Yelena, fotografa e compagna di Billy (al tempo), e ci introduce con grazia ed eleganza in bianco e nero.

Fin dall’inizio ci si rende conto che è qualcosa di inaspettato, di “mai sentito”, di nuovo per le Zucche.

Un silenzio non silenzioso e accordi di una chitarra acustica: ecco cosa ci aspetta premendo Play.

La voce di Billy, quasi sussurrata, sensualissima, in una canzone dolcissima e romantica, To Sheila. A uno a uno si aggiungono gli altri strumenti, discreti, a lasciare in primo piano quell’arpeggio e le parole, quasi una ninnananna, una canzone d’amore sognante e onirica… In alcuni pezzi (“And I could bring you… the light…”) struggente – avete presente la sensazione di farfalle nello stomaco che si ha quando si è innamorati? Ecco, io l’ho sentita per la prima volta ascoltando questo pezzo… Preannuncia le intenzioni del disco, che però sembrano essere subito disilluse dai due singoli.

Dopo alcuni secondi di silenzio, infatti, l’incantesimo viene spezzato dalla canzone più aggressiva dell’album, il primo singolo: Ava Adore. Batteria elettronica e sintetizzatori. Un ritmo ipnotico, Billy sputa le sue parole in quella che a dire del testo è una canzone d’amore ma che sembra quasi una maledizione… Il ritornello è un momento di apertura in cui si lascia spazio anche alle chitarre, ma presto il suono si riaddensa e si incupisce. Nel video, anch’esso bellissimo, si vedono i tre Pumpkins passeggiare malefici all’interno di uno studio televisivo, dove si gira ogni tipo di scena che può passarvi per la testa… (eheh, memorabile il Billy-Fester 😀 ).

Ma anche quest’atmosfera è presto spazzata via dalla canzone più pop e orecchiabile del disco: Perfect. Quasi una 1979 rivisited, tutt’altro che banale (penso siano finiti i tempi adolescenziali in cui “pop” e “commerciale” erano insulti!). La canzone in sé è velata di una certa malinconia, che traspare appena dall’arrangiamento “sorridente” di tutta la canzone, con la voce suadente di Billy e la batteria di Matt Walker che prende il sopravvento sugli altri strumenti… “I know were just like old friends, we just cant pretend that lovers make amends. We are reasons so unreal, we cant help but feel that something has been lost”…

Il passaggio a Daphne Descends sembra indolore, le due canzoni sono amalgamate, mescolate. Eppure che non siamo più nello stesso luogo di Perfect diventa evidente subito. Le chitarre qui tornano a farsi prepotenti, l’aria pesante, il senso di inadeguatezza, di essere messo da parte (“you love him more than this”), che permea tutto l’album qui prende corpo , diviene protagonista.

Sebbene in altre canzoni (come la successiva “Once Upon A Time”) sembri passare in secondo piano, per lasciare spazio a qualcosa di più indefinito, più borderline, la “sugar sickness” è in realtà il motivo portante delle architetture di Adore, presente (evidente o meno) in ogni recesso, in ogni sospiro.

Tanto che Once Upon A Time con i suoi tamburelli e l’aria fiabesca (“once upon a time” in inglese significa “c’era una volta”, e non è né più né meno il classico inizio delle favole dei bambini, come il suo corrispettivo italiano), non è che una dichiarazione di fallimento, una disperata speranza di redenzione postuma agli occhi di una madre seppellita appena dopo essere stata ritrovata….

Tear, dal significato ambiguo (strappare, dividere / lacrima), è una canzone lacerante, chiassosa, porta a galla i motivi del dolore corganiano (and for the first time heaven seemed insane, cause heaven is to blame for taking you away ).

Finora ho parlato di questo come se fosse un lavoro esclusivamente di Billy Corgan, e non degli Smashing Pumpkins. Ma effettivamente è così. Gli altri (i rimanenti, i reduci) James Iha e D’Arcy Wretsky, non hanno avuto praticamente nessun ruolo nella fase compositiva, lasciando spazio alle dolorose elucubrazioni del capoccione pelato. È un album così intimo, così sentito, stando a dichiarazioni dello stesso, l’unico che Billy non ha ancora trovato il coraggio di riascoltare. E per questo, forse, è il più “sincero”, e toccante.

I temi di cui sopra riprendono corpo in Crestfallen , devastante espressione di mortificazione (cretsfallen = mortificato), incarna sensazione di essere messo da parte e dimenticato (“who am I to need you when I’m down, and where are you when I need you around?”), in un intreccio tra le chitarre di James che si mescolano al pianoforte, il tutto da accompagnamento per la voce, terribilmente dolente e quasi irriconoscibile se la si confronta con il miagolio dolente dei pezzi più “rock” presenti sui dischi precedenti.

Passa la palla a Appels + Oranjes, cacofonico esperimento sintetico, ripetitiva e monotona, piuttosto banale nel testo, insomma: il punto basso del disco, da skippare inesorabilmente.

Il lato B (ebbene sì! Io avevo e ho tutt’ora questo album in cassetta!) inizia con Pug, una canzone che non mi sono mai spiegata. A tratti dark, con distorsioni e grida, altri in cui si lasciano intravedere (o meglio, immaginare) spazi aperti, quieti… Che però vengono ammortizzati subito dall’incedere del pezzo.

Segue la splendida e atipica The Tale Of Dusty and Pistol Pete. Anche questo un racconto, che ci porta in un altro spazio e in un altro tempo, distanti anni luce da Adore, sebbene musicalmente sia abbastanza omogeneo con il resto del disco (ma nemmeno troppo). La storia di una ragazza (presumibilmente), Dusty, e del suo carnefice, Pistol Pete, e del loro amore dolceamaro. Le chitarre acustiche dominano questa ballata trascinante, in un attimo di sollievo inaspettato.

Subito dopo pianoforte e voce e la batteria (vera stavolta) di Matt Walker e poco altro: Annie Dog.

Shame è una canzone “maledetta”. Batteria martellante ma “silenziosa”, che non prende mai il sopravvento, pianoforte e basso. Billy urla la sua rabbia quieta contro un’entità che lo ha distrutto… Misteriosamente (?) nei credits sembra che nessuno abbia suonato in questa canzone….

In ogni caso, il momento viene portato avanti con Behold! The Night Mare. “The coarse tide reflects the sky”… Da ascoltare ad occhi chiusi… (Se non avessi appena saputo che le backing vocals sono dei Frogs…. Ora mi scapperà una risata malefica ogni volta che l’ascolto!) A parte questa digressione, il pezzo è veramente struggente, mille strumenti che si armonizzano alla perfezione, una canzone profonda, stratificata, anche a livello di significato…. Forse il punto più lirico dell’album… Verrebbe da trascrivere tutto il testo, la cui bellezza però passa in secondo piano per l’altrettanta bellezza delle musiche…

È poi il turno della celeberrima e celebratissima For Martha, un confronto diretto con il lutto.. Qui il pianoforte e voce si mescolano nell’atmosfera densa di questo “requiem”… Batteria leggerissima, organo, per l’incarnazione della poetica corganiana di questo cd, fino all’esplosione distorta delle chitarre, a cui è lasciato il compito di chiudere, dopo più di 8 minuti, con un epilogo sussurrato e sfumato….

Blank Page, infine, in cui ricorrono i temi dell’abbandono e della solitudine, del sentirsi accantonato dalla persona di cui vorresti essere il mondo…. In un intreccio di pianoforte e desolazione.

17, un frammento di 17 secondi di pianoforte (estratto da “Blissed and Gone” –sconvolgente rivelazione), a conclusione. Essenziale, (“17 seconds is all you really need”), forse una citazione dei Cure, che riecheggiano come fantasmi nell’atmosfera di tutto il disco…..

Tirando le conclusioni… è un disco anomalo, una rottura, una ribellione. Un disco non più rivolto a un popolo di teenager, ma più aperto, più maturo. Il dolore lo rende più sincero… e meno “rock”. Le distorsioni emergono solo in alcuni pezzi (Ava Adore e For Martha), la batteria (suonata da 3 batterisiti diversi e poi assemblata al resto) è spesso elettronica, James e D’Arcy stanno sullo sfondo, quasi invisibili.

Molti lo hanno giudicato “il primo lavoro solista di Corgan” [il paragone va, con le dovute precauzioni, a “The Final Cut” dei Pink Floyd, in cui Waters prese il sopravvento sugli altri, che lo accompagnarono in questo lavoro di introspezione e di elaborazione di un lutto personalissimo], probabilmente non a torto….

È sicuramente un disco che non accetta mezze misure, o ti piace o non ti piace. Liberatevi dai pregiudizi, e ascoltate.

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2 Risposte

  1. […] { if (vbc) vbc.style.visibility = ‘hidden’; e.style.backgroundColor = ‘#fff’ }); }); Adore: Smashing Pumpkins trackback from post […ADORE: SMASHING PUMPKINS (1998)a cura di Glass_Grace   Siamo sul finire […]

  2. Alla faccia…
    🙂
    ottimo disco! bella la recensione.

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