Thirteenth Step – A Perfect Circle

 

 

Thirteenth Step – A Perfect Circle

                                                                             A cura di Ellen

 

Secondo lavoro  (dopo il bellissimo ma più grezzo Mer de Norms e prima di Emotive, disco difficile e cupo più che mai) di questo super gruppo, o meglio di questo “progetto aperto”  iniziato da Maynard Keenan e Bill Howerdel, che vede un viavai di musicisti che non hanno certo bisogno di presentazioni (vanno e vengono Paz Lechantin poi bassista negli Zwan, Twiggy Ramirez dei Marilyn Manson, Josh Freese e Danny Lohner noti per  far parte dei Nine Inch Nails, James Iha ex Smashing Pumpkins, Tim Alexander batterista dei Primus, Troy Van Leeuwen dei Queen of the Stone Age) è un’opera di una rara profondità, sia a livello di suoni, architettati e strutturati su più livelli, molto complessi con la presenza addirittura  di un quartetto d’archi, sia per quanto riguarda i testi, in cui Keenan dà il meglio di sé, sulle melodie scritte da Howerdel… (Howerdel era un fonico, che propone a Keenan i suoi pezzi, al quale piacciono molto e decide di creare questo “spin off”…)

 La presenza degli altri membri sembra in realtà influire poco a livello compositivo, infatti il sound generale dei tre dischi rimane  immutato, sebbene i numerosi cambi nella line up avrebbero lasciato presagire diversamente.

 Lontanissimo dai Tool, progetto principale di Keenan, che assorbiranno tutte le sue energie fino alla decisione finale di trasformare l’ultima “pausa riflessiva” in uno scioglimento degli A Perfect Circle, nel 2006.

Ovviamente i tre lavori sono molto diversi tra loro: Mer de Norms, il disco d’esordio, ha sonorità quasi metal, 13th Step è il più articolato, Emotive contiene tutte cover eccetto due pezzi, tra cui la splendida rilettura di Imagine di John Lennon, con un forte messaggio contro la guerra.

Thirteenth Step rappresenta dunque un passo avanti nei confronti di Mer de Norms, a livello di forma e composizione… Più equilibrato, più omogeneo.

È contraddistinto da ritmi ipnotici, dal basso ossessivo, dalla voce straziante di Maynard, sprazzi di oscurità e angoscia, che esplodono inaspettatamente in distorsioni elettriche, come se gli strumenti non ce la facessero a restare in sottofondo… 

The Package, canzone di apertura, si snoda lungo questa linea immaginaria: una voce   dilaniante, su un giro di basso e batteria, che si carica fino a un punto di inattesa  violenza in cui prendono corpo le chitarre elettrificate, per poi chiudere riprendendo l’inquietante pacatezza, in un raggelante sussurro.

Weak and Powerless è un’altra storia, un altro stato d’animo è percepibile anche nella voce, quasi arresa. Suggestiva, coinvolgente… è stata scelta come singolo, accompagnata da un video decisamente inquietante….

Segue, linearmente The Noose, più malinconica, triste, cadenzata su un  respiro lento, un pezzo in cui un pianoforte accenna la sua presenza e la batteria è quasi soltanto accennata, fino al ritornello, in cui fa il suo ingresso effettivo, senza prepotenza…

Blue entra invece con una chitarra carica di risentimento, e così via, in un alternarsi di pezzi misteriosi, lenti, sospesi a pezzi angosciosi, crudeli, di cui sono splendido esempio Pet e The Outsider, le tracce più violente e potenti del disco, cariche di rabbia.

Comunque, per continuare in ordine, dopo Blue inizia una parte meno esplosiva: Vanishing, una canzone fluttuante, altalenante tra aggressività e quiete, pace e inquietudine, l’unica canzone  in cui in alcuni passaggi la voce di Maynard ricorda pezzi dei Tool (Never really here….); seguita da A Stranger, pezzo ancora più tranquillo, in cui il quartetto d’archi fa la sua bellissima parte, la voce è particolarmente suadente e la batteria assente….

Interrompe questa breve sequenza The Outsider, che come si è detto è uno dei pezzi più vigorosi e cruenti, retto da un basso ossessivo, chitarre pesantissime, quasi metal…

Crimes è una conta: numeri bisbigliati, una chitarra e un basso ansiogeni, batteria martellante, misteriosa e affascinante allo stesso tempo, ma anche piuttosto ossessiva e inquietante.

Spicca poi The Nurse Who Loved Me, una cover dei Failure, che sembra spezzare l’agonia. La canzone è poco sulla linea del disco, eppure non stona, è spiazzante nell’uso degli archi e nel suo lirismo, crea un’illusione di soavità… L’irruzione di Pet è ancora più sferzante, dopo questo stacco sognante… Counting bodies like sheep to the rythm of the war drums (che poi sarà il titolo di una rivisitazione della canzone nell’album successivo) canta Keenan. E sembrano proprio tamburi di guerra, quelli che esplodono nel ritornello. O forse un basso da guerra…

Come back to sleep, sussurrato sul finale, è ripreso all’inizio di Lullaby,  che inizia con una batteria quasi alla Marilyn Manson ed è una ninnananna di batteria e parole disarticolate, una nenia orrorifica  cui la chitarra in lontananza conferisce un’aria di persecuzione – dura solo due minuti, ma fa accapponare la pelle!

La conclusione arriva con Gravity, un pezzo rock, quasi ballata, bellissimo, ben strutturato, forse il pezzo meno sperimentale e più “consono” dell’album, ma di certo non per questo meno interessante…..

A mio parere  queste canzoni hanno tutte un “difetto”: se estrapolate dal contesto del disco perdono gran parte della loro forza e del loro carisma… Sono organizzate in maniera da bilanciarsi, richiamarsi, farsi da contrappeso l’una con l’altra, e ascoltate fuori contesto perdono molto del loro fascino, pur rimanendo sempre ottimi pezzi.

In ogni caso, mettere il cd dall’inizio, accolti dai 7.38 minuti di The Package è un ottimo modo per ascoltare questo disco, sempre che ne usciate vivi

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