Nouvelle Vague

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Nouvelle Vague – Nouvelle Vague 2004 – Bande à Part 2006

                                                                                                                                                                A cura di Ellen 

Album particolari assai. Una serie di cover, rielaborazioni, rivoluzioni di canzoni che chiunque sia cresciuto negli anni ottanta, o comunque si sia appassionato a un certo tipo di musica conosce bene. Troviamo Joy Division, Depeche Mode, Killing Joke, Bauhaus, PIL, XTC, Blondie, Sister Of Mercy in questi dischi. O tracce, di questi gruppi.  Citazioni cinematografiche (entrambi film di Godard), ma anche un gioco di parole:  Nouvelle Vague, ovvero… New Wave. Con un certo rimando alla Bossa Nova. Ecco il gioco portato avanti da questo collettivo di artisti provenienti da vari angoli del mondo: smontare pezzo per pezzo i simboli della New Wave, trasformarli in qualcosa di nuovo ed inaspettato. Pezzi salsa, latino americani (specialmente nell’eponimo, vedi la sorprendente versione di “Just Can’t Get Enough” dei Depeche Mode, che sembra un pezzo adatto al carnevale di Rio), riletture in chiave divertita, poetica, romantica….

Molti storceranno la bocca, specialmente i più “conservatori”. Ma un ascolto va concesso, giusto per farsi sorprendere un po’.

La prima traccia del loro primo album è niente di meno che Love Will Tear us Apart. Dimentichi dell’angoscia di Curtis, ci troviamo a danzare ad un piacevole ritmo latinoamericano, cullati da una voce sottile, allegra,  che ci lascia un po’ sconcertati, quantomeno.

Segue la già citata “Just Can’t Get Enough”, e poi ”In A Manner of Speaking” (di cui conoscevamo già un’altra cover/un altro stravolgimento ad opera del [inchino] favoloso Martin Gore nel suo Counterfeit) è una dolcissima ballata, carica di malinconia… Se i primi due pezzi non sono poi così convincenti, questo è il pezzo che ci fa rendere conto che si tratta di qualcosa a cui valga la pena prestare orecchio.

Altro pezzo degno di nota è “Guns of Brixton”, in cui un cantato più cupo  e il primo piano del  pianoforte ci rendono solo vagamente l’idea della canzone originale. Che dire poi di “This is not a Lovesong”? Johnny Lydon probabilmente non l’avrebbe mai saputa immaginare così.

Ad un primo, rapido, ascolto sicuramente salta  all’orecchio “Marian” – se avete presente l’originale dei Syster of Mercy…. bè… ecco, io ho fatto esattamente la stessa espressione: occhi sgranati e bocca aperta. Eppure è proprio la stessa canzone, lo potete sentire dentro la pancia… Sebbene gli archi le diano tutt’un altro sapore, sebbene l sua struttura forse sia la più stravolta è ancora perfettamente riconoscibile, con le sue inquietudini sintetiche….

Lontana dalla scanzonata versione originale è anche “Making Planes for Nigel” (XTC)…

Capolavoro assoluto del disco è la canzone che dà spessore a tutto il lavoro, quella che vi fa intuire le vere potenzialità di questo gruppo (non del tutto espresse, secondo me, un questo primo cd) è “A Forest”, che ci costringe ad un confronto più che difficile, visto che i paragoni con gli originali sono inevitabili (e spesso indispensabili per apprezzare a fondo il lavoro fatto).

“A Forest”, bè, meriterebbe un paragrafo a parte, un capitolo a parte, un libro a parte. Scelgo di non dilungarmi molto perché sono conscia delle mie scarse capacità retoriche. Suoni di una foresta, chitarra acustica, lieve sottofondo ritmico ed una voce rapitrice che creano un’atmosfera a dir poco suggestiva, quasi sognante, immersi in una nebbia in una foresta “again and again and again and again and again….” Sembrerò esagerata, ma penso che questo pezzo non abbia assolutamente nulla da invidiare a quella che probabilmente è una delle canzoni più belle mai scritte da Robert Smith….

I pezzi un pochino più deboli dell’album, secondo me, sono quelli un po’ troppo “allegri” : ebbene sì, reduce anche io da ascolti “new wave” non riesco a digerirli proprio tutti, almeno nel primo album. Eppure non c’è una traccia davvero “brutta”, da skippare e fingere di non aver sentito… Anche se alcune possono sembrare ingenue, o eccessivamente “eretiche” (come ha detto qualche mio amico fondamentalista), vale davvero la pena ascoltarle tutte – a maggior ragione vale la pena provare ad ascoltare Bande à Part, che anzi, è molto migliore del primo lavoro.

Questo secondo disco si apre con una versione assolutamente stravolta del capolavoro degli Echo & The Bunnymen (noto ai profani come colonna portante del film Donnie Darko) “The Killing Moon”. “Atmosfera quasi Voodoo che va a mescolarsi con l’idea generale di questo album”

Ora, io devo ammettere che leggendo la scaletta ho storto un po’ la bocca, un po’ dubbiosa riguardo alla scelta dei pezzi – alcuni tra i miei preferiti di sempre, incuriosita più che altro. Ascoltare però questo pezzo è stato davvero magico. Sono riusciti a dare tutt’altro spessore ad una canzone già bellissima. Un’altra chiave di lettura.

Allo stesso modo si sono impadroniti di pezzi come “Dance With Me”, “Don’t Go”, “Dancing With Myself”, “Heart of Glass”, “Blue Monday”…ballati per oltre un ventennio, celeberrimi nella loro versione originale (rispettivamente: Lords of the New Church, Yazoo, Billy Idol, Blondie, New Order), viene quasi da gridare allo scandalo a sentire questi riarrangiamenti, queste reinterpretazioni così… dolci? È la parola giusta? Melodiche? Inquietanti? Strumentali? Pongono l’accento su altri aspetti delle canzoni, riflessi che nemmeno si pensava potessero avere. Ritmi da cha cha cha, linee di basso suonate da pianoforti, percussioni invece della batteria, ukulele,  arrangiamenti bossanova, quasi reggae, e suoni jamaicani e tracce di blues….. Per non parlare di Bela Lugosi’s Dead. Da adolescente innamorata di Peter Murphy e Daniel Ash, è stata la canzone con cui ho avuto l’approccio più difficile…. e forse è quella che a oggi mi piace più di questo album! Senza andare a deformare il senso della canzone, l’hanno lasciata cupa, con lo stesso ritmo (quasi voodoo), è forse la più simile all’originale, eppure è completamente nuova. -clap clap!- Mitazione speciale va anche a O Pamela, in cui il ritmo bossa nova rimanda al primo disco. La versione originale, praticamente sconosciuta (ora come ai tempi in cui uscì) è dei The Wake, e non l’ho ancora trovata quindi non posso far paragoni!! Però ovviamente posso accennare alla bellezza di questa traccia  in questo album 🙂

 I tre pezzi che chiudono il cd sono Fade to Grey (fu dei Visage), Waves (Blancmange) e Eisbaer, ghost track. Pezzi assimilabili tra loro, distesi, piacevoli, violini e

La prima delle tre è la più interessante, strutturata quasi come un viaggio: all’inizio ci troviamo in una stazione, con suoni e atmosfere di folla e solitudine, ed alla fine ci spostiamo su un’isola tropicale…. atmosfera che è ripresa all’inizio di Waves…. davvero  un’idea bellissima!

 

In ogni caso, per essere due dischi di cover di canzoni di un genere ben specifico, particolare e determinato, ci possiamo riconoscere un incredibile continuità e omogeneità, una visione unica dell’elaborazione musicale – che passa attraverso la scomposizione e ricomposizione in chiave “bossanova, ska, reggae”, con forti influenze cinematografiche: chiavi di ispirazione sono le commedie musicali americane anni 50, horror anni 70, le commedie erotiche anni 70; musica jamaicana degli anni 50 e “’60S pop bossa number”. Mescolando canzoni vecchie con ispirazioni ancora più vecchie è venuto fuori qualcosa di davvero originale e divertente. Sicuramente il secondo disco merita qualche attenzione in più, suoni più maturi, più elaborati e consapevoli, un po’ più vario ma con una selezione di canzoni altrettanto interessante del primo.

 

Ps: non fate come me, che dopo aver sentito questi due dischi mi sono fatta due versioni parallele con tutte le versioni originali!

 

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