Il posto delle fragole – Il raggio verde (1986)


A cura di Alessandro Dionisi

Il Raggio Verde presenta tre momenti di solitudine in mezzo alla natura che in questo modo scandiscono il film.

Il Raggio Verde di Eric Rohmer è costruito, in pieno stile al regista ed alla Nouvelle Vague, durante le riprese. Le parole definitive sono state trovate nei luoghi dove lui stesso andava a girare.

La protagonista è una ragazza atipica, Delphine, una segretaria che si vede lasciare pochi giorni prima di cominciare le vacanze dal proprio ragazzo Jean- Pierre che mai incontreremo durante il film. La ragazza ha un periodo di ferie da gestire. Delphine cerca un posto per sé, poiché il piccolo/grande dramma del film è il suo rivendicare un’impossibile diversità, l’inadeguatezza a riuscire a star bene, serena, nelle ferie divenute di massa e d’obbligo sociale. Difatti sia dalla sorella che dalle varie amiche che andrà a trovare verrà rimproverata puntualmente per essere non proprio intraprendente, poco socievole, incapace di esprimersi con la gente e di voler marcare in assoluto la timidezza. Delphine in parte lo è, ma è anche una ragazza che vede cambiare il sapore naturale delle stagioni, riempite dai chiassosi rumori e dai corpi nei luoghi. È una ragazza romantica che non riesce ad esprimerlo di fronte alle persone che si trova di volta in volta avanti. Sa che mal la comprenderebbero, visto che il primo gesto che compie a contatto con la gente è l’osservare.

In più, i suoi modi impacciati non l’aiutano di certo con la gente in ferie, momento topico di fermento per ringalluzzirsi con la vita e con la routine quotidiana. Ma Delphine, a differenza dei comuni mortali, non riesce a separare una stagione dall’altra e quindi non indossa una maschera estiva ed una invernale. Per lei, pur nel suo mondo e nelle goffaggini, le stagioni sono un filo trasparente fatto di colori e sapori, così sottile da non riuscir a tagliuzzare. Ma tutto sarebbe più facile se i gruppi di persone non fossero un’uniformità di granito. Le espressioni di Delphine diventano sempre più sfuggenti, nervose, cangianti, e molto spesso si concludono in un pianto liberatorio a cui il soggetto che gli è di fronte rimane sbigottito. Delphine non vuole compiere un viaggio lontano, ne vuole che il corpo si trasformi; ma nota, al contrario, gli umori e gli stessi corpi delle altre persone mutare all’istante.

Ci sono troppe aspettative nei confronti di una stagione viva per la sua bellezza; troppo bisogno ossessivo di recitare la parte giusta in vacanza. Delphine è vittima in primo luogo di se stessa, in un mondo di massa che mente. Reagisce continuando ad illudersi, fabbricando destini romanzeschi. A volte grazie a simboli, giocando con la superstizione, altre volte rendendosi la protagonista dopo l’ascolto di racconti come in occasione de Il Raggio Verde, discusso da un gruppo di persone grandi al crepuscolo di una giornata estiva. Il libro di Verne è narrato nei suoi significati e nei dettagli fisici da un signore anziano. “Quest’ultimo raggio, che l’occhio attento può scorgere al tramonto del sole, è delicato come una fiaba. La persona che lo vedrà sarà capace di leggere i propri sentimenti e quelli altrui”. Da queste parole Delphine prende coraggio con se stessa, sopratutto dopo aver gironzolato in case di amici ed aver trovato difficoltà nel cercar di raccontare i suoi sogni. Il suo corpo cammina tra i vuoti, non libero come il vento, anche se le amiche fanno a gara a proporgli alternative, a presentargli persone che risulteranno inadeguate e così centrate ai ritmi estivi tanto attesi.

Delphine spezza sempre i suoi programmi, puntualmente ricordati nel film dalle date, e le sue vacanze solitarie si divideranno tra la Bretagna, Normandia e le montagne. La sua diversità appare così reale da portar a commenti spesso affrettati. Viene vista si come una ragazza atipica, ma c’è chi mette in questione l’incapacità di descrivere esattamente ciò che vuole e chi la vede bruscamente frivola. Delphine si trova a disagio con le persone come quando seduta a tavola si impaccia a raccontare i motivi che la spingono a non mangiare la carne, o quando prova a spiegare perché l’altalena le da il mal di mare. Le persone la scherniscono o l’intrattengono per puro chiacchiericcio da spiaggia, motivo in più per abbattere l’ozio estivo. Il corpo di Delphine diventa sempre più solo, una macchia in un quadro, come quando si ritrova in riva al mare, oppure quando si sente completamente estranea nel dover abbordare i due turisti francesi insieme alla ragazza svedese conosciuta poco prima. Il corpo di Delphine puntualmente si trova in difficoltà e fugge.

S’emargina al punto tale che nei giorni passati in montagna, addirittura arriva a toccare la neve per accertarsi che sia realmente lì. Tutto avviene con la puntuale maestria di Eric Rohmer, regista che dà vita alle gestualità, alle espressioni degli sguardi, al movimento del corpo e soprattutto al gesto spontaneo dei suoi attori. La spontaneità straordinaria di Marie Riviere ha difatti creato un personaggio fiabesco quale Delphine. Nell’ultima sequenza è lì ad aspettare di scorgere il raggio verde insieme ad un ragazzo conosciuto poco prima alla stazione mentre stava per ritornare a Parigi, lasciando in questa deliziosa pellicola della Nouvelle Vague al contrario di un happy end, un finale aperto, poiché Delphine ha il desiderio di conoscere, approfondire dentro di se e il mondo che la circonda, così uguale nei comportamenti, nei modi, nelle aspettative delle persone che lo riempiono.

Il Raggio Verde (1986)

Regia: Eric Rohmer

Sceneggiatura: Eric Rohmer, Marie Riviere

Fotografia: Sophie Maintigneux

Musiche: Jean- Luois Valero

Montaggio: Maria Luisa Garcia

Con: Marie Riviere, Beatrice Romand, Amira Chemakhi

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Una Risposta

  1. Bellissimo film. Spero che al più presto recensirai i tre “racconti” di Eric Rohmer.
    Complimenti a meddleTv !!!
    Ciao, Stefano

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