Clan Of Xymox : Medusa (1986)

A cura di Ellen

Atmosfere goticheggianti, cupe, per un gruppo conosciuto quasi soltanto dagli “esperti del settore”, e che invece merita di essere ascoltato, almeno una volta, specialmente da chi ama gruppi come Killing Joke o Dead Can Dance. Partendo proprio da Medusa.

Disco dell’86, uscito nel pieno del periodo “dark”, in cui fiorivano band gotiche underground, alcune delle quali sono rimaste tutt’oggi tra i pilastri musicali e altre che sono sparite – la storia ha fortunatamente donato l’oblio a moltissimi progetti indegni – mentre altre, come nel loro caso, ci sono arrivate seguendo un percorso non lineare, fatto di ripensamenti, riletture, cambi di direzione e di assetto continui.

Gli Xymox (nome originale, con cui dall’88 decideranno di chiamarsi, fino alla decisione di tornare a “Clan of Xymox” nella riscoperta vintage…) hanno dimostrato di essere un gruppo piuttosto poliedrico: lanciati grazie all’amicizia con Lisa Gerrard e Brendan Perry dei Dead Can Dance diedero alla luce i primi lavori, tra cui Medusa, decisamente inquadrabili nel genere, in cui il sound elettronico crea atmosfere suggestive e malinconiche. Poco dopo uscì il singolo Moscoviet Mosquito, quasi punk e pienamente “new wave”, che iniziò a girare nei circuiti underground, e in seguito alla fine della collaborazione con la piccola etichetta di Gerrard e Perry (la 4AD), pubblicarono con una sottoetichetta della Polygram Twists of Shadow, che fu il loro disco più commerciale e più venduto, senza però perdere di personalità e che in un certo senso fu un lavoro abbastanza coraggioso. Negli anni ’90 accantonarono questa vena più oscura per cercare di produrre pezzi più ballabili (quasi EBM, mi viene da dire ascoltando It’s Not Enough ) e conoscibili anche fuori dal “giro”, per poi tornare sul finire degli anni ’90, con una lineup completamente stravolta, alle sonorità degli esordi.

Medusa è il secondo lavoro di questo gruppo, nel pieno della collaborazione con la 4AD, il preferito dei fan per la sua anima non ancora “contaminata”, meno pretenzioso dei lavori successivi, più “sincero”, per così dire.

Il più malinconico tra tutti i dischi, con una sua unità sonora e significante: si alternano pezzi più “mossi” ad altri più lenti e introspettivi, intramezzati da brevi pezzi strumentali, (theme I, theme Il, Lorrentine), il primo dei quali apre il disco, introducendoci nelle sonorità oscure che lo caratterizzano, e ci prepara a quel capolavoro che è la canzone da cui il cd prende il titolo, Medusa. Pezzi come questo, o Louise, Michelle, Masquerade, (senza dimenticare Agonised by Love), sono diventati immortali, ballate incredibilmente coinvolgenti, nonostante il tipo di musica apparentemente freddo, distaccato.

Senza dimenticaci di After the Call…. pezzo molto innovativo… le atmosfere sono quasi quelle che poi verranno riprese dai Sigur Ròs… so che sembra un’eresia, detta così… Ascoltare per credere. I suoni dilatati, rilassati, compongono questa canzone anomala nel contesto dell’album, e riescono a suggerire immagini molto vivide…

La bellezza di tutte queste canzoni sta nella grazia con cui la voce di Ronny emerge da suoni elettrici, dal modo in cui la continuità è mantenuta senza perdere di varietà, dalla presenza quasi sommersa del basso di Anke, che viene a galla nei momenti di silenzio degli altri strumenti per poi tornare solo percepibile, spina dorsale di tutto l’album.

È sicuramente un disco non digeribile da tutti gli stomaci, ma sicuramente vale la pena metterlo alla prova: potrebbe stupirvi.

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