Lidia Riviello, modernissima Alice

di Fabio Orecchini

e Meddle tv

[via Omero.it]


La critica della contemporaneità, come cardine e come necessità di una nuova poesia civile, assume nei testi della poetessa Lidia Riviello un carattere ibrido di critica e trasformazione del linguaggio, del linguaggio del potere, sia esso burocratico, mass-mediatico e pubblicitario non importa; non si tratta di analizzare il feticismo delle merci di Marxiana memoria, né tantomeno di riflettere ancora sulla degradazione umana dell’essere in avere, ma di illuminare il lettore sulla passività e la contemplazione silenziosa che caratterizza l’attuale condizione dell’uomo, che assiste inerme ad “un discorso ininterrotto che l’ordine presente tiene su se stesso, il suo monologo elogiativo” per citare il Debord della Società dello spettacolo; la mercificazione di ogni aspetto della vita quotidiana, per la poetessa, deve essere analizzata linguisticamente nel suo farsi, nel suo ricrearsi di slogan e marke(t)ing pubblicitario, poiché questo fruscio della lingua che muta e si moltiplica a 4 – 8 – 16 mega di velocità di connessione (a seconda di quanto tu sia disposto a spendere) genera nuove e spesso riciclate forme di pensiero, modi di esistere, meditate mediatiche forme di (in)coscienza individuale e collettiva. Ed ecco alcuni versi: “Come se Anno Ottanta tutt’intero senza forma e ci ritrovammo / a bere coca cola, l’elettronica scosse l’anima / il canto stonò e i metalmeccanici si estinsero come / antilopi..” e ancora: “Quali poesie se il cosmo resiste/ e il conflitto anche e il Bacardi Breezer / non dovrei neanche nominarlo / chè nella poesia la pubblicità / trova le sue ragioni superiori / la prova d’esistere al di là / della scadenza, del rovinoso consumo”.

La scelta del “luogo della poesia” di Lidia Riviello per [A]live Poetry è senz’altro radicale, poiché si oppone in maniera netta al concetto di non-luogo espresso negli anni novanta dall’antropologo francese Marc Augè: egli definisce i non luoghi, in contrapposizione ai luoghi antropologici, come tutti quegli spazi che hanno la prerogativa di non essere identitari, relazionali e storici, spazi in cui milioni di individualità si incrociano senza entrare in relazione, prodotti della società della surmodernità come aeroporti, autostrade, campi profughi e grandi centri commerciali; la poetessa vede invece, proprio nel centro commerciale, luogo scelto per raccontare la sua poesia, un luogo assolutamente storico ed identitario, in cui le comunità periferiche si riformano ricreando continuamente le proprie strutture linguistiche, culturali e sociali; tecnicismi e situazioni da cui la poesia non può non essere contaminata. Ancora alcuni versi: “Il meccanismo del consumo / declinava al femminile, / luna piena percorsa a piedi / Era il momento della produzione /che contava, quello delle patate pallide, / del neon ingentilito / dal modello unico. /Era un momento visibile e materno / fino al digiuno completo.”

E la poesia, quindi, che può fare, anzi, cosa deve fare? Occorre per Lidia Riviello partire proprio dalla carica satirica della poesia, dal suo porsi al di fuori delle logiche di mercato e di potere, condizione che le permette allo stesso tempo di penetrare, indagare, e rivelare quelle stesse logiche. Dissacrare, occorre ridere del potere. In un suo intervento su Nazione Indiana (Variazioni Meridiano), la poetessa, partendo da una citazione di Maximilien Robespierre sulla pena di morte, poi afferma: “..in realtà Maximilien sa che fa più paura la Poesia, del Terrore, perché questa, mentre si rivolge direttamente ad un dittatore, gli urla contro le bestemmie alte e irripetibili delle donne e dei bambini, e lo rovescia subito, non gli concede tempo. Prima che si rimettano in gioco le gerarchie e le priorità del sistema politico dominante, la poesia capovolge, sostituisce, allestisce la sua sintassi dissacrante durante tutte le fasi di montaggio delle parti in causa. Quando una società è debole, non sa in quale discarica culturale mettere a riposo i poeti, quando ci chiedono di diventare muti e sconfitti, oggetti lamentosi, sacrali e patetiche vittime della macchina di consumo e di rivendita dei linguaggi, la poesia diventa una sorprendente verifica degli usi e degli abusi di questo ingranaggio rivelando, nelle invenzioni del linguaggio e nel lavoro di riportare alla luce i reperti originali di una genesi dimenticata, l’allarmante illusione di durare dei sistemi di mercato, dove i mercanti fanno il mercato e i mercati il mercante.

E così tra citazioni, détournement, file per prendere l’ostia al Mcdonald’s, satira, fumetto e pop-art, vi invitiamo alla visione di questo viaggio con Lidia Riviello, modernissima Alice in una Sunday morning qualsiasi nella Wonderland del Nuovo Piano Regolatore di Roma. Buona visione.

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L’intervista

Il luogo che tu hai scelto per rappresentare il tuo percorso e il tuo fare poetico è un centro commerciale. Ci vuoi spiegare il perché?
Il centro commerciale per uno scrittore è il luogo di un “anonimato confortevole”, una volta si diceva di maggior ispirazione, ora si respira e basta. E’ il luogo dove tutto si consuma e ha il valore che ha solo per un momento, nulla è assoluto e tutto è relativo. Questo spaventa e seduce. Le cose si rimandano al “magazzino” per tornare “in cassa”, da dietro le quinte alla scena, le cose contano e si muovono e gli uomini ne sono irretiti. La fascinazione dell’oggetto è una esperienza che mi turba sempre. I luoghi che Marc Augè definiva negli anni 90 “non luoghi” oggi sono invece i luoghi delle nuove identità che si vengono formando in maniera molto rapida, e per un scrittore non c’è esperienza più interessante e coinvolgente di vedere delle comunità che si ricreano, che si riformano in luoghi di periferia, luoghi marginali, commoventi nel loro ricrearsi, con linguaggi misti, slogan, tecnicismi , che la poesia non può non accogliere, dai quali non può non essere contaminata.

Ti ritieni una poetessa pop? Leggendoti si ha come l’impressione di rivivere alcune istanze della pop art in un turbine di suoni, parole e nuovi significati. Ti rivedi in questa definizione ?
Pop art, pop up the valium, pop corn. Si sono radicalmente pop, ossessivamente pop, assolutamente pop, (così qualcuno mi legge). Uso, con omaggi più o meno consapevoli a certa narrativa e arte americana degli anni sessanta, gli elementi-parole-oggetti di uso e abuso comune. M’interessa molto l’ ”accumulo” e nello stesso tempo l’esclusività di alcune parole che in una fortificata quanto mobile “riserva indiana” si riorganizzano per riaffermare un uso attivo e dinamico del linguaggio e seguirne poi le progressive dissacrazioni e riunificazioni. E’ la tenuta del linguaggio che seguo come un cambio di temperatura e di clima,, la sua durata e la sua sfida all’usura. Gli abusi “edilizi” della parola, l’uso ideologico che se ne fa, i linguaggi tenuti negli archivi, a proposito di centri commerciali, nei garage, nei magazzini, dove tenute in disuso, le parole-oggetti si ribellano all’uso comune eppure di questo si nutrono per non morire. La poesia è il linguaggio per eccellenza della verifica in presa diretta tutti gli altri linguaggi, quelli burocratici, quelli abusati, quelli fuori uso. La poesia permette di sviluppare nuove funzioni mai sperimentate prima , perché è sempre il linguaggio del prima e del dopo.

Riallacciandomi alla domanda precedente, volevo chiederti, a me interessa molto il tuo rapporto dissacrante con la contemporaneità, un rapporto che travalica l’ironia per giungere ad una satira pungente che colpisce la materialità e allo stesso tempo la virtualità dell’oggi. Si può, anzi si deve ancora oggi fare satira con la poesia?
Qualcuno mi ha definito pop, qualcun altro mi ha definito satirica, chiaramente la mia è una satira molto leggera, molto allusiva, molto mediata, non ha la carica invettiva che poteva avere nella poesia classica, però la uso sempre con questa intenzione critica, di mettere in discussione un potere, in questo caso linguistico. Non ho la presunzione di pensare di oppormi al potere come concetto o categoria filosofica in senso assoluto, ma tento perlomeno di mettermi in discussione seguendo da vicino il linguaggio anche attraverso una certa idea ( più nella cultura del linguaggio che nella pratica) di satira ma anche attraverso tutti i generi del comico; il comico è un genere in Italia poco frequentato e mal visto, visto in maniera esclusivamente teatrale, legato alla commedia dell’arte e non all’arte della commedia, non alla funzione reale e importante che il comico ha, quella di esasperare il potere; uso una metafora: il dittatore sottomette il popolo facendolo piangere, se il popolo piange e basta senza consapevolezza del suo dramma continuerà ad essere asservito al potere, penserà di essere destinato a piangere quindi anche l’arte, la cultura, il linguaggio seguirà quest’idea fatalista. Il comico ha invece una funzione sovversiva di rovesciamento delle parti , è terribile per il dittatore perché è capace di spostare continuamente, “assillo del linguaggio”, i termini del confronto. Non posso nè voglio negare l’influenza felice e difficile che ha avuto la poesia di mio padre, Vito Riviello, sulla mia ricerca.
Voglio ringraziarvi tutti voi di [A]live, e voglio che questo grazie sia inserito nell’intervista.

Anche noi ti ringraziamo.

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